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18 November 2017

Teoria sociale dell’Islamofobia

Teoria sociale dell’Islamofobia

Come ogni “fobia” anche l’Islamofobia si comporta come un interprete psicotica di pulsioni culturali e sociali.

Culturali, perchè contro una cultura si scaglia e perchè chiama a raccolta almeno una pallida idea di cosa si desidera opporre all’Islam. Sociale, perché le riflessioni degli uomini partono sempre da spunti propri della quotidianità, invariabilmente estesa dall’economia alla sessualità. Con tutto ciò che è nel mezzo.

Isis

 

 

Proprio perché interprete l’Islamofobia è incomprensibile e inestricabile se analizzata fuori dal contesto umano in cui viene propagandata.             Le idee non valgono in sé, ma sono legate al gruppo sociale che le supporta, e al gruppo sociale che le subisce. Essendo una proiezione della struttura attraverso il prisma della sovrastruttura, l’ideologia (e la “fobia” è un’ideologia antietica e psicotica) può essere capita solo se osservata nel suo rapporto peculiare con la base. La Lieu du Peuple, come direbbe qualche radical chic, avido lettore di Babeuf.

 

Islam against isis

 

L’islamofobia è indubbiamente rampante, nel senso che è in ascesa. E non solo nelle comprensibilmente impaurite tecnocrazie quaternarie borghesi, accerchiate dalla massa di poveri che hanno contribuito a creare, ma anche nel popolino basso. È islamofobo Giordano ma lo è anche il macellaio sotto casa. È islamofobo Pigi Battista e lo è pure il professore di Lettere. Lo sono in maniera diversa. Possono essere islamofobi “di Sinistra” o “di Destra”, ma ugualmente impauriti dall’Islam. Non dagli islamici in se, proprio dall’Islam.

Al contrario della Giudeofobia (concetto lontano e diverso da quello di antisemitismo), che si può distinguere in due rami, aristocratico e popolare, l’Islamofobia è simile alla descrizione che Andy Wharol dava della Coca-Cola. Come in America tutti bevono la stessa Coca-Cola, così tutti in Italia (ma forse in Europa), bevono la stessa Islamofobia. Così non è difficile imbattersi negli stessi concetti rimasticati da bocche diverse. A ben vedere le critiche di Daniela Santanchè alla condizione della donna nell’Islam non sono diverse da quelle che azzimate femministe progressiste (mai “marxiste” ma sempre “di Sinistra”) che accusano l’Islam di “perpetuare il patriarcato”. L’Islamofobia riesce ad unire tutti, a creare un grande arco costituzionale da far impallidire il pentapartito. Proprio per questo senza capire quali pulsioni interpreti l’Islamofobia è impossibile capacitarsi di questa grande virtù interclassista.

 

Femen Islam

 

Questa peculiarità è data dal fatto che l’Islamofobia non intepreta pulsioni socio-economiche, ma solo culturali. Mentre la Giudeofobia (che prenderemo ad esempio perchè funzionale alla dimostrazione della tesi) si espanse nell’Europa fine ottocentesca e di inizio ‘900 filtrando dall’alto (la giudeofobia “aristocratica” dei Goblineau) e salendo dal basso (la giudeofobia popolare dei contadini tedeschi del Brandeburgo), l’Islamofobia è una sovrapposizione culturale che, come percolato rancido, cade dall’alto e permea il popolino.
La paura del giudeo nasce culturalmente nell’Europa post Restaurazione, in particolare nelle elites franco-tedesche. Qui un’intera classe aristocratica (non per forza nobile) reinterpreta a ritroso la propria Storia, e dando fondo a precetti cristiani forti (ebrei “deicidi”) affianca l’ebreo ai grandi stravolgimenti politici precedenti. Saranno i conservatori franco-tedeschi a dare per primi la paternità della Rivoluzione Francese ad una presunta influenza ebraica. Successivamente sarà nella Germania che una la casta degli Junker, conservatori non meno che cristiani (cattolici e protestanti) uniranno questi preconcetti antichi come il cristianesimo al loro disprezzo per il parlamentarismo e le dottrine sociali progressiste. La giudeofobia “d’alto bordo” diventa quindi una riflessione spontanea di alcune classi elevate per giustificare la loro opposizione metapolitica al protagonismo delle masse e la loro adesione al binomio “trono-altare“.
Accanto a questa giudeofobia se ne sviluppa un’altra, sopratutto nelle masse tedesche di fine ‘800. Queste masse, soprattutto contadini e piccoli imprenditori sono, a fine secolo, stretti tra la pervasività dello Stato sempre più efficiente e il Capitalismo internazionale, che mediante i cartelli e la Grande distribuzione, erode gli spazi per queste fasce. Le quali, sentendosi minacciate, reagiscono individuando nell’ebreo (quindi rimasticando anche qui concetti arcaici) il fautore di questo nuovo ordine.

Per tali masse non era difficile. Ebrei erano effettivamente molti capitani di industria ed ebrei erano molti professionisti e uomini di cultura. La giudeofobia del contadino e del piccolo imprenditore (che diventerà poi anche operaia) è una giudeofobia di reazione al sistema economico vigente.
La Giudeofobia, quindi, finisce per essere inteprete di due pulsioni ben distinte, solo comunicanti ma non sovrapponibili tra loro. Quindi tale proiezione trae la sua forza da due realtà ben precise (“di classe”, direbbe qualcuno) che sottendevano a paure ben più pratiche e fondate.

Questa strutturazione sociale può ritrovarsi nell’Islamofobia? In che modo l’Islamofobia interpreta le pulsioni di determinati gruppi sociali e/o economici?
È evidente che la posizione degli ebrei degli anni ’20 e ’30 non sia paragonabile con quella dei musulmani in Occidente al giorno d’oggi. La stragrande maggioranza di musulmani fa degnamente parte del sottoproletariato urbano e del proletariato classico, e ricopre in società ruoli di infimo ordine, poco capaci di influenze politiche o economiche.
Al contrario quindi degli ebrei degli anni ’20 e ’30 l’influenza islamica strutturata sulla vita politica occidentale è quasi nulla. Non è quindi possibile far risalire l’islamofobia ad un’opposizione sociale.
Il vero segreto dell’Islamofobia sta nell’opposizione ai valori che in se porta (o crediamo essere portati) dall’Islam. Tale fobia deriva dal fatto che ormai anche il popolino condivide l’orizzonte valoriale liberale e progressista (diritti umani) dei gruppi al potere.
L‘Islam è ritenuto essere in contrasto coi valori liberali e umanitari che l’Occidente ha assunto a propri, e con i quali i gruppi al potere denaturano le spinte sovversive della base, che è confusa e mazzolata dalla psicopolizia progressista. Essendo l’idealità interclassista, ed essendo possibile rivedere il film dell’ideologia al contrario, l’Islamofobia è tanto più condiviso dalle classi più diverse tanto più che è condivisa l’idea di progresso alla base.
All’immagine della morsa con cui abbiamo dipinto, velocemente, lo sviluppo sociale della Giudeofobia, che stritola i ceti medi, dobbiamo sostituire quella del ripetitore. Da un ripetitore centrale parte un messaggio che è recepito da tutte le antenne, che immaginiamo piantate sulla testa di chi condivide l’orizzonte valoriale liberale.

                       Hezbollah

Militanti di Hezbollah, movimento politico sciita libanese che ha inviato dei volontari a combattere l’ISIS in Siria

Dopo aver appurato la natura del tutto inconsistente dell’Islamofobia, è bene dire che tale “fobia” può però diventare facilmente uno strumento politico. L’Islam, adesso, delinea una ben precisa zona del mondo, attraversata dagli interessi di molte cancellerie. Non lasciarsi usare dovrebbe essere il primo obbiettivo per ogni “incendiario”.

2 comments

  • Complimenti per l’analisi che: 1-serve; 2-è convincente; 3- adotta un metodo chiaro e che non ha timore di utilizzare in modo schietto le categorie di struttura e sovrastruttura, facendone un uso intelligente e riabilitandone la pessima fama di cui godono, come se fosse ormai scontato che si tratti di residui di un obsoleto impianto concettuale.
    Detto questo, forse un elemento “strutturale” e non puramente ideologico ce lo vedrei. Certo non è visibilissimo proprio perché, come sottolinei in modo puntuale, non traccia una linea di demarcazione netta tra classi. Non è un elemento economico puro, ma si può ricondurre alla tecnologia. E la logistica e la tecnologia non sono oggi più appannaggio delle sole classi dominanti, almeno per quel margine di utilizzo che esula dalla riproduzione del capitale. E’ impossibile pensare al terrorismo attuale senza la rete e le tecnica progredita. Charlie Hebdo, ovviamente, ma si può risalire fino all’undici settembre. Le teste mozzate ci giungono attraverso i pixel sgranati delle stesse telecamere digitali con cui Lynch ha girato il suo ultimo film. La cosa che terrorizza oggi tutti quegli strati sociali che non hanno accesso ad informazioni “certificate” è che nella pausa sigaretta, accanto a loro, il musulmano di turno stia pianificando il prossimo attentato sul cellulare piuttosto che messaggiando con la fidanzata.Penso anche a Baudrillard, quando sulla base di un’interpretazione del terrorismo come di cellule cancerogene dell’occidente imperialista e capitalista, afferma che le immagini dell’undici settembre, quei pixel neri che scendono dalle finestre delle torri gemelle, precedono (nell’immaginario) i fatti stessi. Quello che più ci è vicino, o crediamo tale, le tecnologie di massa come simbolo dell’occidente, ci si rivelano improvvisamente nel loro aspetto più crudo, lontano, violento, esotico.Un’incarnazione evidente di quello che sto dicendo è l’insistenza mediatica sugli arruolamenti nell’Isis dei giovani occidentali. Il bambino che culliamo nel suo lettino è diventato un mostro.

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  • La ringrazio preventivamente per i complimenti e per il supporto. Avendo avuto una formazione marxista e trovando inadatte molte analisi del fenomeno, ho pensato bene che fosse utile riscoprire delle armi troppo spesso caricate con polvere bagnata.

    Sulla provocazione riguardo alla tecnologia: verissimo. La vera domanda è: la tecnologia ha vita propria nel veicolare certune informazioni? O rimane sempre Gestelle di ben altre volontà di potenza?. Indubbiamente esiste una parte cospicua della classe lavoratrice (e anche medioborghese) che non sa fare un uso prometeico dell’informazione, e quindi la subisce in tutto e per tutto. Non è così azzardato intavolare una correlazione tra povertà sociale o povertà culturale, anche se ci si imbatte sempre in quelle che Gramsci chiamava “lotte laterali”.

    Servirebbe una approndita analisi sociologica sulla distribuzione della passività d’informazione tra i ceti medio-bassi e una sulla preparazione culturale delle nuove “professioni liberali”. Fino a quel momento, purtroppo, brancoliamo nel buio delle supposizioni letterarie.

    Grazie dell’interesse, a presto!

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