10:36 am
23 November 2017

STILL LIFE

STILL LIFE

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Regia: Uberto Pasolini

Sceneggiatura: Uberto Pasolini

Anno: 2012

Durata: 87′

Produzione: Italia, Gran Bretagna

Fotografia: Stefano Falivene

Montaggio: Tracy Granger, Gavin Buckley

Scenografia: Lisa Hall

Colonna sonora: Rachel Portman

Interpreti: Eddie Marsan, Joanne Forggat, Karen Drury, Andrew Buchan.

TRAMA

Sullo sfondo di una città della grigia provincia londinese viene raccontata la vita di John May, impiegato distrettuale addetto alla ricerca di parenti e amici di persone defunte in completa solitudine. Dopo anni di fedele e diligente lavoro May perde il posto, ma prima vuole portare a termine il suo ultimo caso.

RECENSIONE

Alla sua seconda pellicola da regista, Uberto Pasolini dirige sapientemente un film suddiviso in due scenari predominanti.

Il primo è basato esclusivamente sulla ripetitività, sulla solitudine, sul grigiume soffocante che attanaglia il vissuto di un uomo senza pretese, soggiogato dal fluire degli eventi che lo raffigurano come un mediocre automa che sottostà alle leggi di un sistema ben più grande chiamato monotonia. In questa sezione prevalgono i toni pacati di colore, quasi smunti e opachi, uniti alle luci prevalentemente piatte che volutamente sono finalizzate a non focalizzare l’attenzione dello spettatore su alcun aspetto specifico, proprio perché il tutto deve essere la medesima parte del perennemente identico. Gli esterni sono umili e comuni di una città senza nome così come gli interni sono quasi sempre realizzati con pareti bianche o grigie rimanendo fedeli al concetto di pallida impersonalità. Niente quadri o tappezzerie eccentriche e niente inutili ninnoli, eccezion fatta per gli alloggi dei vari solitari defunti che invece ospitano disparati oggetti ma sempre di ben poco valore e assolutamente privi di sentimento o legame umano. L’ufficio di May, così come la cucina e il salotto che gli appartengono, ben rappresenta il carattere perfettamente ordinato, senza sbavature e dentro lo stereotipo dell’uomo infelice, solitario e senza nerbo mosso esclusivamente dalle noiose consuetudini. Eccellente la performance dell’attore Eddie Marsan, nella cui mimica è facilmente riconoscibile la singolare espressione di volontaria rassegnazione che va di pari passo con i toni semplici e piani di chi per l’appunto vive una realtà lineare. Pochi dialoghi e di facile comprensione che marcano ancora di più la capacità dell’attore, probabilmente poco conosciuto al pubblico italiano, di tradurre in immagini e forma d’arte un mondo interiore semplicemente attraverso la gestualità corporea e soprattutto attraverso la peculiare espressività del volto.  A dar voce ai lunghi silenzi, o alle poche parole spese leggermente, visti gli elementari scenari del quotidiano, è la musica di fondamentale rilevanza che accompagna e riempie la proiezione come un enjambement pronunciato dalle singole note del piano, a partire dai titoli di testa fino a quelli di chiusura, ponendosi come un fil rouge di emozioni.

Il secondo scenario è basato invece sulla riscoperta (o semplice scoperta, non ci è dato sapere) dei sentimenti, delle opportunità, di un cambiamento che può donare il valore aggiunto all’eterno scorrere delle situazioni. Le riprese cambiano, le immagini pressoché fisse dell’incipit lasciano il posto al dinamismo, al dialogo sia effettivo che visivo rendendo il tutto più luminoso e brillante.

John May entra rispettosamente nelle vicende che hanno caratterizzato la vita del vecchio alcolizzato e le stesse crescono in enfasi, partendo dunque dalla squadra di rugby frequentata in gioventù, alla lotta lavorativa all’interno dell’azienda produttrice di pasticci di carne, al primo amore, alle risse, al carcere, alla dipendenza dall’alcol ed infine alla figlia messa al mondo e quasi abbandonata ma mai dimenticata.

Pasolini accenna soltanto alla relazione speciale che (forse) viene sviluppandosi tra May e Kelly, la figlia perduta di Stoke, uniti probabilmente da un comune senso di vuoto e insoddisfazione, ma decide di chiudere drammaticamente il film con l’improvvisa morte dell’impiegato: vittima di una svista che il suo animo divenuto più leggero commette; forse dovuta chissà ad un principio di innamoramento, in barba alla maniacale precisione di un tempo.

Alla cerimonia in chiesa per l’ultimo addio alla salma non presenzierà nessuno, nessuno getterà un fiore sulla sua tomba e sempre quel nessuno rivolgerà un estremo saluto accompagnando dolcemente a miglior vita il corpo freddo del piccolo e dimenticato uomo. John May si ritroverà, anche da morto, completamente solo. A presenziare al suo eterno giaciglio spoglio e privo di lapide, come se la maledizione dell’anonimato lo perseguiti anche dopo il decesso, sono i fantasmi dei defunti di cui in vita si è occupato, riconoscenti di aver ottenuto almeno una commemorazione dignitosa e rispettabile. Primo a comparire fra tutte le metafisiche presenze per lasciare un personale e silenzioso grazie sarà proprio Billy Stoke.

Voto: 7

Jessica Egitto

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