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18 November 2017

Shiloh, figlia di Jolie-Pitt: “Chiamatemi John” e Joshua/Leelah: “Mi sento una ragazza”. Le due storie che stanno scuotendo l’America.

Shiloh, figlia di Jolie-Pitt: “Chiamatemi John” e Joshua/Leelah: “Mi sento una ragazza”. Le due storie che stanno scuotendo l’America.

Molto probabilmente in questi giorni avrete sentito parlare del “caso” Shiloh Nouvel/John: alla prima del film Unbroken, diretto da Angelina Jolie, l’attrice si è presentata con tutta l’allegra e variegata famigliola al seguito.

Ma ad attirare l’attenzione dei media e accendere il dibattito non è stata la presenza della numerosa combricola Jolie-Pitt, piuttosto di un suo membro: la figlia primogenita della coppia, Shiloh Nouvel. La bambina, apriti o cielo, era vestita da maschio, in giacca e cravatta come i fratelli.

Tanti rotocalchi americani, compresi Us weekly, Ok, Lifestyle, hanno messo in prima pagina lo scoop che, stando alle passate dichiarazioni della Jolie, dello scoop ha veramente poco. Già nel 2010, infatti, la Jolie aveva raccontato in una intervista a Vanity Fair, che Shiloh si sentiva un ragazzo e aveva chiesto ai genitori di portare i capelli corti. Pitt aveva aggiunto: “We’ve got to call her John” (“Dobbiamo chiamarla John”).

I “Brangelina”, da sempre molto aperti, internazionali, multietnici, difensori dei diritti degli omosessuali, impegnati in cause umanitarie, filantropi, hanno poi, negli anni, assecondato le richieste della piccola, che ha fatto il suo debutto sul red carpet vestita così come si sente di essere: un maschiaccio. Ora Shiloh Nouvel/John ha 8 anni; all’epoca del “coming out” ne aveva 4.

È possibile che in così tenera età l’identità sessuale di una persona si sia già formata? È possibile che sappia già chi e come vuole essere? E che abbia gusti ormai già definiti?

A rispondere, e in modo affermativo, è la storia di Joshua Alcorn (17), di Kings Mills in Ohio, Stati Uniti, morto appena pochi giorni fa, il 28 dicembre, investito da un trattore mentre “passeggiava” in autostrada.

Le circostanze della vicenda devono ancora essere chiarite. Potrebbe trattarsi di un suicidio, in realtà, visto il messaggio comparso su profilo Tumblr (è una via di mezzo tra un social vero e proprio e un sito di microblogging) del ragazzo, messaggio programmato per comparire dopo una certa ora. Il post, intitolato Suicide Note, è straziante, commovente, fa capire quanto possa essere difficile vivere in un corpo percepito come sbagliato: infatti Leelah, così Joshua amava definirsi, ha confessato nella nota: “mi sento una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo da quando avevo quattro anni”. Il post parla poi della scoperta di cosa significhi “transessuale”, all’età di 14 anni, e della reazione estremamente negativa dei genitori, ferventi cattolici:

Dopo dieci anni di confusione avevo finalmente capito chi ero. L’ho detto subito a mia mamma e lei ha reagito molto negativamente, dicendomi che era una fase, che non sarei mai stato davvero una ragazza, che Dio non fa errori e che ero io a essere sbagliata. Se state leggendo questa lettera: cari genitori, non dite così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro i transessuali, non dite mai questa cosa a nessuno: specialmente ai vostri figli. Non otterrete niente a parte far sì che odino se stessi. È esattamente quello che è successo a me.

alcorn

Leelah prosegue raccontando delle sedute presso “bigotti terapisti cristiani”, dell’atteggiamento per nulla comprensivo dei genitori, del ritiro dalla scuola pubblica e dal divieto di non usare i social impostole dalla famiglia. Nel post compaiono anche accenni al rapporto con gli amici e i compagni di classe, abbastanza aperti, ma non così legati a Leelah come lei, invece, si sentiva di essere legata a loro: “Piacevo agli unici amici che pensavo di avere per il solo motivo che mi vedevano per cinque giorni ogni settimana”.

Questo ragazzo “sbagliato” ha passato giorni, anzi, anni di vita tra la delusione dei genitori e la crudeltà della solitudine, tra circostanze dure e provanti, che lo hanno portato a scrivere: “Non sarò mai felice. Potrò vivere il resto della mia vita come un uomo solo che desidera essere una donna oppure come una donna ancora più sola che odia se stessa. (…) La gente dice che “le cose cambiano” ma nel mio caso non è vero. Le cose peggiorano. Le cose peggiorano ogni giorno.”

Queste sono le motivazioni che hanno portato Leelah a compiere il gesto estremo: sapere di non avere la possibilità di essere se stessa e di essere felice ed amata. Nella parte finale della sua lettera, Leelah ha lasciato una sorta di testamento, che riportiamo anche nella versione originale:

 

As for my will, I want 100% of the things that I legally own to be sold and the money (plus my money in the bank) to be given to trans civil rights movements and support groups, I don’t give a s***t which one. The only way I will rest in peace is if one day transgender people aren’t treated the way I was, they’re treated like humans, with valid feelings and human rights. Gender needs to be taught about in schools, the earlier the better. My death needs to mean something. My death needs to be counted in the number of transgender people who commit suicide this year. I want someone to look at that number and say “that’s f****d up” and fix it. Fix society. Please.

Goodbye,

(Leelah) Josh Alcorn

 

Per quel che riguarda le mie volontà, voglio che il 100 per cento delle cose che possiedo sia venduto e che il denaro (più i soldi che ho da parte in banca) siano donati a un movimento per il sostegno e per i diritti delle persone transessuali, non importa quale. L’unico momento in cui riposerò in pace arriverà quando le persone transessuali non saranno più trattate come sono stata trattata io: quando saranno trattate da esseri umani, con sentimenti validi, sinceri e legittimi, e con dei diritti umani. Le questioni di genere devono essere insegnate a scuola, prima è e meglio è. La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte dev’essere contata tra quelle dei transessuali che si sono suicidati quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a quel numero e dica “questa cosa è assurda”, e si occupi di sistemarla. Sistemate la società. Per favore.

Addio,

(Leelah) Josh Alcorn

 

La storia di Leelah è davvero triste. Molto triste. Sconvolge e fa riflettere su quanta difficoltà ci sia, ancora oggi, ad accogliere il “diverso”, chi ha il coraggio di esporsi, chi è se stesso fino in fondo. Nel 2007 è stato pubblicato da “The American Association of Suicidology” uno studio su questo tema specifico, dal titolo “Transgender youth and life-threatening behaviors” in cui i curatori, Arnold H. Grossman e Anthony R. D’Augelli, hanno osservato come lo stato di “sexual minority” in cui si trovano persone omosessuali e bisessuali sia un fattore di rischio che può portare al suicidio; tuttavia, spiegano Grossman e D’Augelli, “questo fattore  non è stato studiato tra i giovani transgender. Cinquantacinque giovani transgender hanno riferito loro comportamenti potenzialmente letali . Quasi la metà del campione ha riferito di aver seriamente pensato di perdere la vita e un quarto ha segnalato tentativi di suicidio. Fattori significativamente correlati all’aver fatto un tentativo di suicidio includevano l’ideazione del gesto legata all’identità transgender; esperienze di abusi verbali e fisici in famiglia; una più bassa stima del proprio aspetto fisico (…). Lo status di minoranza sessuale è un fattore chiave di rischio per comportamenti pericolosi tra i giovani transgender”.

Le storie di John e Leelah, dunque, sono simili e diverse allo stesso tempo: in un caso c’è l’accettazione da parte della famiglia, dall’altro il rifiuto; alla base, però, in entrambi i casi, il sentirsi nel corpo sbagliato. L’America già da anni si sta interrogando su come agire nei confronti di questi giovani e di queste famiglie: ora tocca a noi. È giunto il momento di “mettere a posto” la nostra società, definitivamente.

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