09:04 am
25 June 2017

DECAMERONE – VIZI, VIRTÙ, PASSIONI

DECAMERONE – VIZI, VIRTÙ, PASSIONI

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo dell’amica e collaboratrice Anna Del Colle, sullo spettacolo del 9 gennaio 2015 al Teatro Comunale di Ferrara “Decamerone – Vizi, virtù, passioni” (adattamento teatrale e regia di Marco Baliani, liberamente tratto dal Decamerone di Giovanni Boccaccio):

Usualmente non commento troppo approfonditamente gli spettacoli di prosa cui vado ad assistere. Infatti ogni rappresentazione suscita in me riflessioni e sensazioni che ho bisogno di rielaborare in silenzio e solitudine e, nonostante la mia natura ciarliera che tanto stressa le orecchie di chi mi sta intorno, non riesco il giorno dopo a esprimermi come vorrei coi miei compagni di studio e vita, specie quando in vista degli esami la conversazione deve giocoforza essere incentrata su un altro genere di teatro, quello anatomico e altrettanto pieno di passione della medicina. Se ora, appena tornata a casa dopo aver goduto del “Decamerone- vizi, virtù, passioni”, decido di mettermi alla tastiera e condividere con voi quello che questo spettacolo mi ha trasmesso è perché penso ne valga davvero la pena.

Da molto tempo ormai non domino più le scene in veste di attrice dilettante ma ricordo bene l’emozione che il palcoscenico regala a chi ha l’opportunità di calcarlo: il teatro ti fa crescere, ti insegna a prendere la vita con più spontaneità, ti abitua al giudizio degli altri e al tuo, ti fa vincere la timidezza, ti permette di creare legami fortissimi coi tuoi colleghi. In sostanza, detto poeticamente, migliora la parte più profonda del tuo essere. Così l’ho sempre vissuto io, così continuo a viverlo anche da spettatrice. Ecco, la rappresentazione di stasera mi ha regalato di nuovo queste sensazioni. In questi anni ho avuto la fortuna di assistere a spettacoli meravigliosi con attori eccezionali ma da tempo non mi arrivava la spontaneità di una recitazione genuina, senza troppe pretese se non quella di ammaliare e coinvolgere il pubblico in qualcosa di bello. Bello e basta, quel bello che rende qualsiasi altro aggettivo o superlativo fuori luogo.

Lo spettacolo prevede la messa in scena di sette novelle tratte dal capolavoro di Boccaccio e si chiude con l’incitamento ad approfondire l’opera del nostro illustre avo: “e se queste sette sono state gradite e belle, allora leggete le altre novantatré novelle!”. Le sette storie (tra cui forse la più famosa risulta essere quella del Calandrino pregno) sono narrate in linguaggio aulico ma comprensibile “a lo volgo moderno”, intermezzate da divertenti siparietti in cui i membri della compagnia giocano e ridono tra loro del loro stesso lavoro. La scenografia è priva di eccessivi fronzoli e risulta nel complesso molto efficace e versatile, così come i costumi di scena, belli ma semplici e adattabili a ciascuna novella. Gli attori si avvicendano nella narrazione delle storie le quali raccontano, con efficacia e semplicità e senza tanti giri di parole, amori e vizi di un falso prete truffaldino, della sposa fedifraga di un marito troppo geloso, di tre fratelli attaccati all’onore più che alla vita (che rinascerà poi in forma di pianta), di un falso sordomuto circondato da monache allegre, di un re troppo orgoglioso che perse tutto uccidendo un povero stalliere innamorato, di un uomo che non sapeva da dove far nascere il bambino che credeva di aspettare e di uno spiantato che donò il suo stallone in cambio delle grazie della donna da lui tanto sognata.

Tra una risata e una lacrima (vera, come quella per la figlia di Tancredi morta suicida in seguito alla morte dell’amante per mano del padre, o falsa, come quella causata dalla cipolla per il sugo delle lasagne che serviranno a “nutrire” metaforicamente la compagnia) i racconti sono intermezzati con abile maestria e leggiadria da riferimenti alle pestilenze del nostro tempo: i signori che si appropriano dei beni della comunità, gli ipocriti che predicano ciò che loro razzolano in maniera pessima, i furbacchioni che gozzovigliano a spese dei poveri sempliciotti ma anche i pochi fondi economici e il poco sostegno che vengono riservati agli artisti, costretti a “riciclare” i costumi e ad andare avanti con quello che possono, lottando contro chi non comprende che un mondo senza arte è un mondo povero e privo di sentimenti, un mondo destinato a fermarsi, annullato dal suo stesso nichilismo e pragmatismo.

Emerge, man mano che passano i circa 105 minuti previsti, il senso di questa giostra rappresentativa, annunciato già all’inizio della serata: far approdare il pubblico in un’isola irreale e ricreativa per spronarlo alla riflessione, in modo tale che le persone tornino poi alla realtà arricchite di qualcosa di utile per la loro vita ma che non è tangibile o scambiabile, qualcosa che non è solo “la piuma per solleticarsi e ridere alle promesse fasulle dei disonesti” o “il profumo di basilico per coprire il puzzo delle cose che non vanno e voltare il naso dall’altra parte” che “potete comprare al botteghino all’angolo finito lo spettacolo”.

A mio parere questo concetto è stato rimarcato in modo molto forte anche dalle parole di Stefano Accorsi a fine rappresentazione, dopo gli applausi di rito, dedicate alle vittime del recente attentato alla redazione del giornale Charlie Hebdo: non bisogna permettere che la convivenza pacifica tra popoli e religioni, fonte così preziosa di arricchimento del genere umano e strumento essenziale per l’evoluzione mentale e morale di noi tutti, venga impedita o compromessa dall’azione di poche persone che compiono atti criminali e che come tali vanno isolate e condannate. Non bisogna permettere che il razzismo prevalga sulla ragione, che una foglia renda tutta la pianta malata, che il qualunquismo prevalga sulla meraviglia che siamo in grado di creare.

In breve questo è ciò che sento di aver portato a casa con me stasera. Prescindendo da tutti i giudizi tecnici l’arte ha centrato l’obiettivo per cui è nata, almeno per quanto concerne la mia persona. Mi ha fatto godere della bellezza autentica, mi ha fatto divertire e ha arricchito il mio spirito, la mia anima, insomma quella cosa che ognuno chiama a suo modo ma che tutti noi sappiamo che c’è da qualche parte, forse, in fondo. Mi ha dato qualcosa che rimarrà con me per sempre e l’ha fatto in modo sincero.

Questi sono i motivi per cui consiglio a tutti di andare a vedere questo Decamerone, anche perché vi assicuro che è raro che io rimanga così favorevolmente colpita da una produzione “liberamente tratta” da un testo importante che apprezzo (generalmente sono una grande criticona verso questo genere di rielaborazioni); inoltre sempre per i suddetti motivi ringrazio il regista Marco Baliani, tutti i tecnici e gli attori Stefano Accorsi, Salvatore Arena, Silvia Briozzo, Fonte Fantasia, Mariano Nieddu e Naike Anna Silipo per avermi regalato la gioia di andare a dormire col sorriso sulle labbra stanotte.

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