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29 June 2017

L’amore che ti meriti

L’amore che ti meriti

Dopo L’acustica perfetta uscito nel 2012, torna nelle librerie Daria Bignardi con il suo quarto romanzo, L’amore che ti meriti, edito da Mondadori.
Per quanto non avessi mai letto nulla di Daria Bignardi, sono partita un poco diffidente. Spesso succede che se si è diventati famosi perché conduttori televisivi, ci sono buone possibilità che si è diventati anche famosi scrittori proprio e solo perché conduttori. Ma limitarsi a tali pregiudizi forse è sciocco quanto riduttivo e sono andata oltre.
Con una prosa a singhiozzi, spezzata, dove proliferano i punti e gli a capo –guai a fare un periodo lungo almeno quanto una riga!– prende avvio la narrazione. È la storia di una famiglia, di un rapporto madre e figlia, di una discesa nelle viscere di una memoria che si fa sempre più intricata, misteriosa e inaspettata. Antonia, figlia di Alma, scopre di avere uno zio che non ha mai visto, perché è scomparso a Ferrara quando lui e la madre erano poco più che adolescenti. Il motivo della sparizione è l’eroina: Marco, detto Maio, si era bucato la prima volta per gioco e non era stato lui a volerlo ma Alma, curiosa e sicura che rimanesse un episodio unico. Antonia, incinta del commissario Leo, parte per Ferrara, pronta e combattiva per l’assidua ricerca e per scoprire la verità, a ogni costo.
Su uno scheletro narrativo ben articolato, si sviluppa con efficacia l’intreccio, che, seppur complicato e aggrovigliato, si dispiega, di pagina in pagina, con chiarezza, senza mai perdere il baricentro. Il lettore non è mai lasciato solo e confuso a brancolare per le strade di Ferrara e anche la continua alternanza tra passato e presente è utilizzata abilmente, conferendo una sfumatura di vivacità alla narrazione. La suspense aumenta in un climax crescente e il lettore diventa ogni capitolo più curioso di scoprire la verità, insieme con Antonia.
I difetti però non mancano. Una lettura che alla nascita sarebbe potuta essere ritmata e scorrevole, si appesantisce per un corredo, per lo più superfluo, di descrizioni, dialoghi e pause narrative.
L’autrice dedica troppo spazio alle inessenziali problematiche di look di Antonia, alle sue considerazioni estetiche sui passanti, sulle persone che incontra e conosce. Ma a noi lettori che cosa interessa di come è vestita Antonia, di come porta i capelli la barista, di come Leo non apprezzi gli orecchini a forma di teschio perché troppo azzardati? Si veda, ad esempio, questo passaggio: «Ero tentata di mettere gli orecchini a forma di teschio ma poi ho tenuto i soliti cerchietti tribali di cocco nero che Leo chiama “i tuoi gioielli da punk”. I teschi gialli sarebbero stati troppo anche per lui».
Anche nel descrivere i personaggi, l’autrice si sofferma in prolisse descrizioni presentando dettagli spesso inutili e ricadendo in alcuni cliché. Il marito poliziotto, per esempio, è, ovviamente, coraggioso, brillante e sa sempre cosa dire e come rincuorare la sua donna. Non a caso, sarà lui a dare la chiave per risolvere il mistero. Il padre, Franco, aderisce perfettamente allo stereotipo di professore universitario: austero, serio, alienato tra libri e giornali, che si esprime sempre e solo attraverso citazioni dotte, meglio se in latino, e continue allusioni e vaghi riferimenti letterari. I dialoghi tra padre e figlia, poi, sono inverosimili: continui botta e risposta pregni di un intellettualismo compiaciuto ben poco reale, se non ridicolo.
Nonostante i punti deboli, L’amore che ti meriti, a metà tra un romanzo e un giallo, è un libro leggero, di facile lettura e in grado di coinvolgere il lettore.

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