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29 June 2017

Latte, biscotti e tumore: l’incredibile caso della Marlane

Latte, biscotti e tumore: l’incredibile caso della Marlane

Qualche giorno fa si è chiuso uno dei capitoli più duri e drammatici della recente storia del Meridione d’Italia. Nessun colpevole, il fatto non sussiste né ci sono prove sufficienti per condannare i dodici imputati di uno tra i peggiori disastri della storia calabrese e non solo. Sin dal 1999 la Procura di Paola- città costiera in provincia di Cosenza- aveva iniziato a raccogliere prove ed a cercare di comprendere cosa realmente succedesse alla “Marlane”, uno stabilimento tessile nato nel 1957 a Praia a Mare (CS) e chiuso -delocalizzazione in Repubblica Ceca- nel 2004, dopo varie traversie e passaggi di proprietà.
Il problema di questo sito industriale, però, è che dal 1969 fino alla sua chiusura almeno 50 operai sono morti. Tutti deceduti per tumore, tutti in seguito alle esalazioni ed ai fumi che provenivano da una fabbrica nella quale – ascoltando le dichiarazioni degli ex-lavoratori emerse nel processo terminato pochi giorni fa – un pessimo sistema di aerazione e la mancanza di divisioni tra i vari reparti e di adeguate misure di sicurezza hanno contribuito ad acuire le dimensioni di un vero e proprio massacro. Ad aggravare la situazione ambientale, poi, ci sarebbero anche quelle ingenti quantità di cromo esavalente (quello contro cui combatteva Erin Brokovich, ricordate almeno il film?) e di altre sostanze cancerogene rinvenute nei pressi del sito industriale. Tuttavia, questa vicenda tragica s’arricchisce di sfumature grottesche, perchè qualcuno, evidentemente, sapeva che le condizioni di lavoro -almeno in alcuni reparti della fabbrica- erano pericolose e, così -stando ad un’altra testimonianza emersa nel corso del dibattimento- agli operai della tintoria veniva offerto un rimedio altamente tecnologico per la salvaguardia della salute: il latte!
Strano a dirsi, ma il rimedio miracoloso dalle solide basi scientifiche pare non abbia funzionato. Così, a sedici anni di distanza dall’apertura dell’indagine, non c’è nessun colpevole e nessun responsabile per questa strage silenziosa. L’altra sfumatura grottesca è che, sebbene non ci sia nessun colpevole, l’azienda veneta proprietaria dello stabilimento aveva offerto un risarcimento ai familiari degli operai deceduti solo 13 mesi fa! Questo perchè, leggendo la perizia dei consulenti del tribunale di Paola, un collegamento tra le morti e le attività dello stabilimento è lampante: «Riteniamo pertanto di potere affermare che vi è stato un disastro ambientale per lo sversamento continuo e costante di sostanza classificata tossica e irritante capace in determinate condizioni di sviluppare sostanze volatili irritanti come gli ossidi nitrosi, tale sostanza è presente in grandi quantità nelle zone sottoposte a verifica e circostanti la Marlane; la tipologia di sostanza è del tutto associabile ad attività di tessitura come quella attuata presso la Marlane».
Purtroppo, il dato più inquietante di questa vicenda è che si tratta di una goccia nel mare dello scempio ambientale a cui è stata sottoposta una parte consistente del mezzogiorno d’Italia. Lo strano caso della fabbrica in cui i tumori si curano col latte si inserisce in uno scenario preoccupante e in costante evoluzione: basti pensare agli arcinoti fatti dell’Ilva di Taranto o ai tonnetti geneticamente corretti al metallo pesante, pescati recentemente sempre nel Tirreno cosentino come una versione calabrese del pesce triocchiuto dei Simpson. Ma la Marlane si collega direttamente anche alle scorie radioattive – probabilmente – interrate nelle Serre vibonesi ed alla Terra dei fuochi campane: stragi silenziose, senza nessun colpevole.
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