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29 June 2017

Alemanno, Fiorito e Mafia Capitale: governare ha rovinato la Destra

Alemanno, Fiorito e Mafia Capitale: governare ha rovinato la Destra

Ricordate le monetine di Craxi? Gli anni passano e non è vero che la storia si ripete, s’inverte. Gli attori diventano spettatori e viceversa. Tra quelle persone che arrabbiate lanciavano tra le cento e le cinquecento lire (l’Euro, ancora, era solo un sogno e non un incubo) verso la testa pelata del segretario socialista, c’era di tutto: dalla Lega agli studenti liceali, fino a qualche uditore del comizio di Achille Ochetto. Ma c’era soprattutto il Movimento Sociale Italiano. Qualche anno più tardi, siamo all’inchiesta Mafia Capitale che molti hanno detto essere un misto tra malaffare mafioso e neofascista. Di mezzo, peraltro, sembra esserci anche Alemanno, leader di una destra romana cresciuta all’ombra della fiamma tricolore. Certo, le Coop sono più rosse che nere, Luca Odevaine era capo di gabinetto di Veltroni, mica di Fini. Ma lasciamo da parte le disgrazie altrui e guardiamo all’orticello della destra romana e italiana che dopo Mani Pulite è passata dal buio delle periferie alla luce delle poltrone di governo.

Fino al ’94 quella parte politica, ghettizzata e mai considerata come possibile forza di governo, senza averne peraltro la forza, aveva assaggiato solo il succoso piatto dell’opposizione. Buono perché di semplice preparazione, a basso prezzo in quanto a fatica, rischio ed organizzazione. I dirigenti del Msi aspiravano all’attività esecutiva, s’arrabbiavano per un sistema che era marcio non più di quanto non lo sia ora, erano certi che con loro a governare le cose sarebbero cambiate. In meglio. Non solo da un punto di vista esecutivo, amministrativo e culturale. Ma soprattutto da quello della trasparenza e della lealtà. Ha ragione Alemanno quando dice che l’ambiente dei Nar, vicino alla banda della Magliana, non è assimilabile a quello del Fuan di cui l’ex sindaco di Roma è un rappresentante. Infatti nelle sedi del Msi campeggiava sempre un manifesto che ritraeva Almirante in primo piano, i baffi bianchi e lo sguardo penetrante, che ti diceva: «noi possiamo guardarti negli occhi». Senza paura di nascondere mazzette, finanziamenti illeciti o miliardi provenienti dalla Russia. Se siete in grado di trovare un circolo di Forza Italia o dei Fratelli della Meloni in cui nessuno abbia ancora fatto sparire le vecchie icone, qualche fascio littorio nostalgico e i libri (pochi) su cui culturalmente oggi si formano i ragazzi della destra italiana, troverete – con molta probabilità – ancora quella foto di Almirante. A Bologna, per esempio, campeggia ancora tra un manifesto futurista e un murales con la fiamma tricolore. Nel muro più nascosto, invece, un’antica cartina che ricorda e dà gloria all’impero mussoliniano. Ma se questa è nostalgia, lo sguardo del leader missino era ed è ancora un motivo di orgoglio, che rinvigorisce il sentimento. La prima – la cartina – al massimo faceva alzare simpaticamente un saluto romano, l’altro – Almirante – riscalda i cuori dei militanti, riproponendo all’immaginario post-missino la figura del Duce appeso a Piazzale Loreto a cui non caddero monete dalle tasche.

640px-Giorgio_Almirante_1971Perché quel principio di purezza era davvero un motivo di distinzione che con l’avvento di Mani Pulite significò la fine di un incubo. I cattivi missini erano gli unici, in Parlamento, a non aver rubato. «Noi possiamo guardarvi negli occhi», dicevano. Ed era vero. Ma solo perché ancora non avevano provato in alcun modo la sfida del potere. Erano certi, Alemanno, Fini e Fiorito di rappresentare la beata gioventù, il volto pulito dell’Italia in disgregazione.

Poi venne Berlusconi, Fiuggi, la Presidenza della Camera, qualche Ministero ed infine Roma. Quello che ne è seguito è cronaca. Nera. Da due punti di vista: il primo, perché quel mondo non si scrollò mai di dosso, agli occhi degli avversari politici, l’etichetta di “fascista”, anche quando sedeva sulla sedia del Campidoglio; l’altro, perché l’appuntamento con l’amministrazione è stato un disastro. Inesperienza? No. Incapacità? Neppure. Forse possono divenire degli alibi, ma servono a poco. Quando uscirono le intercettazioni di Berlusconi donnaiolo, quella parte politica facente capo a Gianfranco Fini s’indignò e non poco fu l’imbarazzo culturale di La Russa e Gasparri. Quando cominciò la lotta con la Magistratura, fu motivo d’irritazione dover fare buon viso a cattivo gioco, rimettendo nel fodero le duecento lire per dire che si è innocenti fino a terzo grado di giudizio. Infine, fu il tempo dei rimborsi di Fiorito, delle case di Montecarlo ed ora le indiscrezioni di Mafia Capitale. Sono solo indagini, certo. Ma anche al tempo del lancio fuori dall’Hotel Raphael, Crazi era ancora formalmente innocente. Ad essere evidente è una responsabilità politica che non può essere sottaciuta. Anche se già stata ampiamente decretata dagli elettori dispersi.

Di quel famoso principio non è rimasto nulla se non quel manifesto appeso al muro. La destra al potere ha scoperto che governare non è la stessa cosa di fare un comizio alla Garbatella, salutarsi stringendo l’avambraccio e citando Evola. La destra di governo, al Campidoglio come a Palazzo Chigi, non ha osato fare ciò che urlava nelle piazze. Si è adeguata a quel sistema che denunciava. Odiava le Coop, ed ha finito per farci affari. Ripudiava la Mafia, e potrebbe esserci andata a banchetto. Voleva ricostruire Roma, e non è riuscita a fare più di un mandato. Doveva formare grandi amministratori, ed è finita col dare posti ai parenti, assessorati agli incompetenti e poltrone ai corrotti. Voleva diventare forza di Governo per lunghi anni, ed è tornata nel ghetto. Perché, in fondo, è quello che ha dimostrato essergli congeniale. «Fate striscioni, non gli assessori», ha detto Marcello Veneziani. Quelle monetine dalla testa di Craxi son finite (anche) nella tasca destra.

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