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25 June 2017

‘ENNEUTOPIE’: SE L’UTOPIA È UN DISPOSITIVO

‘ENNEUTOPIE’: SE L’UTOPIA È UN DISPOSITIVO

Mercoledì 12 novembre si è tenuto allo spazio zampExtra di Milano il vernissage della mostra ‘Enneutopie’. L’esposizione fa parte di un progetto più ampio di Stefano Comensoli, Nicolò Colciago, Alberto Bettinetti, Federica Clerici e Giulia Fumagalli, chiamato ‘SPAZIENNE’: “manifesto di intenti e contenitore espositivo in continuo movimento”.
Avete in mente cosa si intende generalmente per ‘utopia’? Bene. Prendete ciò che sapete a riguardo e mettetelo da parte. La mostra ‘Enneutopie’ è stata definita un “dispositivo-espositivo” che nulla ha a che fare con il concetto storicizzato di utopia; esso si propone di indagare il linguaggio stesso dell’utopia, non la sua rappresentazione. E l’intento è stato pienamente raggiunto.

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Il manifesto della mostra è esemplificativo: Utopia/Utopia’, di Alberto Bettinetti, propone le istruzioni per costruire un castello di carte da gioco al contrario. Cosa c’è di più utopico dell’intento di questa azione?
Il manifesto contiene in nuce gli aspetti più interessanti che sono stati indagati in maniera eterogenea dagli artisti e dai grafici all’interno del progetto.
Primo fra tutti: l’irraggiungibilità e l’assenza di scopi contingenti dell’utopia. Non ci è dato sapere, ad esempio, l’utilità pratica di un Piegafoglie’ o di un dispositivo per fare cerchi sospesi o lontani.

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In secondo luogo è interessante la risemantizzazione che viene operata su oggetti quotidiani grazie alla perdita della loro funzione primaria. ‘doppio manico + doppia lama’ sono, ad esempio, due coltelli smontati e riassemblati, ma essendone stati sdoppiati i pezzi, perdono la loro utilità.
Non ci sono istruzioni per comprendere lo scopo e il funzionamento di tali dispositivi. Solo Metaistruzioni costituite da spiegazioni di altri oggetti, semplicemente prese e fuse in un grande e ingegnoso dispositivo inesistente, ma che potrebbe un giorno esistere.

Il fulcro dell’intero progetto è questo: oggetti, macchinari, dispositivi sono senza un fine immediatamente riconoscibile, ma potrebbero contenere spunti per un miglioramento futuro. In questo sta l’utopia ‘auspicabile’.

La mostra è quindi una provocazione: è uno sguardo che diventa spunto di riflessione più che soluzione trovata; ci spinge a cercare una nuova prospettiva da cui guardare la quotidianità e l’altro da sé.

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